Conversazione con
Raphael
"Tradizione primordiale: approccio della non-dualità"
3ème Millénaire n. 64-65 - Traduzione della Dr.ssa Luciana Scalabrini - seconda parte
R: Ecco il ruolo della Tradizione:
i Vangeli sono il mio specchio. Studiandolo posso dire: “Si, questa
persona segue veramente i Vangeli, perché offre realmente l’altra guancia
e ama perfino i suoi nemici” . E’ lo stesso per l’
Advaita Vedanta. Qualcuno ci potrebbe dire: “ Ho realizzato lo
stato di Uno senza secondo”. E in questo caso noi
diremmo: “Vediamo”. Se allora ci rendiamo conto che questa
persona è panteista o nichilista, verifichiamo ciò che Shankara ha detto a questo proposito e possiamo facilmente accorgerci che
le due cose non coincidono. Ecco il grande
valore della Tradizione. E’ solo in questo modo che si può sapere se questa
persona è realizzata o no. Dobbiamo essere molto prudenti perché viviamo l’epoca
del Kali-yuga e un gran numero di persone fanno finta di sapere. Non è difficile imparare in un libro, ma vivere e realizzare ciò che vi viene detto è tutta un’altra
cosa. Il solo modo, il solo mezzo per un discepolo
di vedere se una persona è realizzata è di confrontare il suo comportamento
con quello che ne dicono Plotino, Gaudapada, Shankara e altri
nelle loro opere.
Ma c’è un altro aspetto: molto spesso i discepoli
sono passivi ed è loro molto difficile penetrare questi insegnamenti in profondità
molto spesso incoraggiamo i ricercatori ad andare avanti, a condurre le loro
proprie esperienze, a viaggiare in India e a far visita a diversi guru.
Ma in definitiva, essi sono obbligati a operare la loro propria sintesi e a confrontare i differenti
testi per sapere bene dove si trovano. Se qualcuno mi dice: “Sono un emulo
di Platone”, perché ancora oggi abbiamo scuole platoniche
e neoplatoniche, la cosa da fare è andare direttamente ai testi, per sapere
esattamente ciò che Platone ha detto. E’ il solo mezzo a disposizione del
discepolo ai nostri giorni. Una volta l’India era una società tradizionale
e questo lavoro era molto più facile, ma ai nostri giorni, non abbiamo queste
agevolazioni e questi mezzi; siamo nel mondo di avidya. Gesù dice:
“ Voi li riconoscerete per i frutti che portano”; un discepolo deve fare prova
di intelligenza e deve essere capace di comprendere.
C’è poi da fare una distinzione tra la vera
realizzazione di uno stato di coscienza e le siddhi, che sono
dei poteri. Le siddhi
appartengono a Prakriti,
ai guna e per questo creano la dualità; quando
la realizzazione si situa al di là delle siddhi, non c’è
siddhi più elevata della realizzazione.
Molto evidentemente la gente in generale preferisce le siddhi. Sai Baba, con
tutto il rispetto che gli dobbiamo, possiede delle siddhi e fa
apparire della vibhuti
(cenere sacra). Se un elefante si precipita di
corsa verso di lui, gli basta alzare semplicemente la mano per fargli arrestare
la corsa. La gente accorre per assistere a questo spettacolo affascinante. Sai Baba ha
anche la capacità di guarire, ma tutto ciò non attiene veramente che al veicolo.
La realizzazione stessa avrà giù portato alla soluzione
di tutti questi problemi. Non è che siamo contro
le siddhi
o i poteri. I poteri hanno la loro ragione d’essere, ma dobbiamo sapere
che appartengono a un piano particolare e metterli
al loro posto giusto.
D: Proprio prima di venirvi a incontrare, una delle nostre amiche attraversava una
crisi. Intellettualmente, aveva coscienza che doveva abbandonarsi e lasciare
che le cose accadessero, ma le emozioni seguivano un altro corso e le
impedivano di lasciar andare. La domanda allora è: “come
conciliare la ragione con le emozioni e i sentimenti?”.
R: Nel caso della vostra amica, osserviamo una identificazione con il corpo emozionale e questa
identificazione è così forte che non permette di lasciar andare,
d’abbandonarsi. Si tratterebbe quindi di rieducare sia le emozioni, che sono
così potenti, sia la ragione, che non ha la capacità di sottrarvisi. La sua
posizione dovrebbe essere tale da poter comprendere - anche dal lato del manas, del mentale – che può
andare al di là di questo stato, al di là delle
emozioni e della ragione. Certo, la condizione ideale
sarebbe di uscire da tutta questa situazione e mettersi in silenzio.
Risolverebbe così tutti i suoi problemi. Ma è in preda
a delle emozioni e a dei sentimenti che disgraziatamente la mantengono in
questa situazione. Deve essere proprio in mezzo ad una battaglia fra la
coscienza razionale e le emozioni che si affrontano. La sua coscienza
è allora proprio al centro di questo conflitto.
D. E dunque, la cosa migliore per lei
sarebbe di stare al di sopra dei due?
R: Questa sarebbe una soluzione radicale, in effetti e già una realizzazione. Tutto dipende dalle
emozioni e se la vostra amica è abbastanza forte da distaccarsene. Se avesse
una visione una conoscenza tradizionale qualunque, potrebbe trovare aiuto
creando una identificazione con questa visione
piuttosto che con le sue emozioni.
D: Cos’è la meditazione? E’ una tecnica per
compiere qualcosa, e , se è il caso, per compier cosa?
R: All’inizio la meditazione è estremamente importante. C’è la meditazione con supporto (o oggetto) o senza supporto. Per un principiante, la miglior
cosa da fare è cominciare con un supporto concreto qualunque, come un libro,
per esempio, affinché il suo spirito possa giungere ad un certo livello di
concentrazione, un grado elevato d’attenzione su questo supporto particolare,
perché i pensiero ha la tendenza a disperdersi. E’
molto difficile bloccarlo in un’unica posizione. Una meditazione con supporto
favorisce dunque la concentrazione.
Nello Yoga-darshana, che è il Raja-yoga di Patanjali, i tre ultimi mezzi sono dharana (la concentrazione), dhyana e samadhi. Questo
comprende l’attenzione, la concentrazione e la meditazione affinché il mentale
si focalizzi. Abitualmente la mente perde una quantità importante della sua
energia. Una mente che disperde la sua energia non può
creare qualcosa di positivo, qualcosa di buono. Chiunque abbia
compiuto un lavoro d’una certa importanza, anche nel mondo esteriore, ha
dovuto, in ogni caso, fare prova di una fortissima capacità di concentrazione.
Uno scienziato o un matematico deve possedere questo tipo di concentrazione per
scoprire certe leggi. Molto evidentemente, quando la nostra
Coscienza riposa in se stesa e vive per e attraverso se stessa, la meditazione non è più necessaria.
Cosi’, la meditazione è un mezzo molto potente per collocare tutti i veicoli in
stato di attenzione, di concentrazione. Ben inteso,
esistono differenti tecniche di meditazione, ma penso che non abbiamo il tempo
di affrontarle ora.
D: Ieri vi ho parlato delle mie aperture
della visione, ma che non era qualcosa che vivevo in permanenza. Avete risposto
che era sufficiente ritornare a questa visione. La mia domanda dunque è la
seguente: “Non si tratta allora di un semplice ricordo, di qualcosa di irreale?
R: Naturalmente non parliamo di un ricordo
psicologico al quale dovreste ritornare. Ma è possibile mettere l’accento su questa visone, su questo stato nel quale eravate. Credo
che abbiamo realizzato tutti un minuto d’unità nel
corso della vita e preso coscienza che la vita è Una. Tutto quello che ci resta
da fare è stabilizzare questa esperienza. Il Vedanta offre una
soluzione: suggerisce di considerare ciò che ci circonda come “nome e forma” e
di cercare ciò che c’è al di là del nome e della
forma.
D: Avete la coscienza d’essere dappertutto?
R: Si, non c’è differenziazione né
opposizione. Per utilizzare la terminologia induista quando si parla di Ishwara:
il bakta
(devoto, colui che segue il cammino della devozione) pone Ishwara all’esterno, considera Ishwara come un
“secondo”. In realtà Ishwara
è uno stato di coscienza che deve essere realizzato, Ishwara, o Dio, è uno stato
d’essere. A questo stadio avete la possibilità di guardare sia con gli occhi
della Coscienza sia
con gli occhi fisici. Platone parla dell’ "unità nella
diversità”. E’ molto bello e importante. Se guardate
con gli occhi dell’Unità, non potete entrare in opposizione con chichessia o qualunque cosa. Potreste allora ribattere: ma
la condotta di queste persone non ha niente a che vedere con la visione dell’Unità.
Raphael ne è cosciente, ma è ugualmente cosciente
del fatto che queste persone che si comportano in questo modo sono esse stesse
delle espressione dell’Uno.
Questo crea situazioni a volte buffe. Dei
ricercatori vengono da noi e affermano: "Io
sono questo, io sono quello, io sono
un uomo, io sono una donna, io sono dottore, io sono avvocato” Noi rispondiamo:”
Ma voi non siete tutte queste cose che enumerate”. Tutte queste persone sono
fermamente convinte e si considerano uomo, donna, medico,
avvocato ecc. Accettiamole come credono di essere. Plotino
dice: "Il mondo è una immensa scena dove ciascuno
recita la sua parte”, ed è proprio ciò che facciamo tutti (ride). Ma sembra che molti non lo capiscano.
D: Allora, considerare le cose come “nome e
forma”, appartiene al campo della mente, un processo mentale che bisogna
ricordarsi di mettere in opera?
R: Evidentemente non potete forzarvi a farlo,
ma dovete favorire l’attitudine che consiste a non vedere le cose come “nomi
e forme”, ma come l’aspetto della Coscienza soggiacente ai “nomi e forme”.
Shankara
dà un buonissimo esempio che si riferisce in modo molto pertinente a questo:” prendiamo l’etere, che è in ogni luogo ed è Unità. Una gran parte di questa aria o etere, è contenuta all’interno di un vaso, e
ci sono vasi differenti di ogni sorta di forma e di grandezza. Il vaso, certo,
può essere inteso come un essere umano, un albero o un animale. Ma l’etere racchiuso all’interno dei vasi è della stessa natura
dell’etere all’esterno. Dunque, dovremmo figurarci come tutti dei vasi, il
nostro corpo è il nostro vaso, ma all’interno di tutti i differenti vasi,
c’è questa Unità. La differenza sta nel fatto che
ci sono stati di coscienza che non vedono che l’etere, all’interno e all’esterno
dei vasi. Gli altri, al contrario non vedono che con gli
occhi del vaso, di conseguenza un vaso è diverso dall’altro; questo fa nascere
il conflitto. E questo genera anche la vanità,
perché in ogni stato di causa “il mio vaso è migliore del vostro” (ridendo).
Questa esperienza infatti vi è molto utile. Ritornate
al momento in cui avete visto l’unità, e guardate attorno a voi con gli occhi
di questa unità. Vedrete che questa
unità ha assunto forme differenti: qui un albero, la mia persona o
un animale, e così via. Ma sarà attento a ricontattare,
a ritrovare la visione dell’Uno. E’ molto importante poi che manas, il mentale, non interferisce e non si metta a concettualizzare.
D: Nel momento di questa visione, non
c’erano concetti. Ma ritornare a quel momento, per me,
diventa un concetto, perché non si sta producendo ora.
R: Ma ora, voi siete
certamente cosciente del fatto che questo stato esiste, perché era
un’esperienza diretta. E da quel momento non potete
più concettualizzare. Quando qualcuno vi dice di guardare il mondo dei nomi e
delle forme, non potete più concettualizzare perché
sapete di che si tratta, conoscete ciò che è al di là.
D: Si, so che è quella la Realtà. La
maggior parte della giornata, mi trovo di fronte a dei concetti e mi ci faccio
ancora prendere, ma in profondità so che non sono la Realtà.
R: In ogni caso, avete fatto l’esperienza
di uno stato di coscienza spoglio di concetti e sapete così che la Realtà è al di là dei concetti. Ora, ciò che potete fare, è andare a
fare un giro fuori e guardare gli alberi, guardare tutto ciò che incontrate, e
osservare, ma senza concettualizzare. Quando
passeggiamo, la nostra mente si mette a concettualizzare autonomamente. Non si
accontenta solo di contemplare un albero, ma commenta: “Questo
albero è grande, o piccolo, mi piace, non mi piace…” Quello che allora
dovete fare, è contemplare senza concettualizzare.
E poco a poco, questo modo di fare può
essere incorporato nella nostra vita di tutti i giorni, e così è la vostra
coscienza che ora vi guida e non più i concetti. Per essere più preciso,
possiamo chiamare questo “intuizione”, semplicemente per darvi un’idea di ciò
che succede.
Alcuni vi diranno: “Ma come posso continuare
a vivere e a lavorare così? Ho bisogno di fare funzionare la mia mente” Però
potete arrivarci. Questo sembra impossibile, e invece è piuttosto facile.
Infatti, è estremamente facile. Si possono fare molte
cose: guidare il trattore, spaccare legna, cucinare, spazzare il pavimento
di questa stanza, lavare i propri vestiti. E tutto questo
con la gioia nel cuore perché tutto è così meraviglioso. E’ essenziale
che coltiviate questa visione d’Unità nella vita perché ciò che avete attraversato
è molto importante. Il Vedanta chiamerebbe
questo Savikalpa samadhi. Ed è la possibilità di vedere l’unità della vita con i vostri
occhi, gli occhi della Coscienza.
D: Potreste spiegare qual è i ruolo dello Yoga e delle sue differenti discipline? E’
necessario praticare uno yoga particolare?
R: Ci sono differenti tipi di yoga. Avete
letto il nostro libro: "L’esssenza
e lo scopo dello Yoga” che tratta tutte le forme di yoga, dall’Hatha-yoga fino
all’Asparsa-yoga,
che è lo yoga dell’Advaita vedanta, la via metafisica. Nel corso delle epoche antiche,
questi yoga rappresentano diverse tappe o diversi passaggi che portano progressivamente
a un cammino più vasto. Quindi, nel tempo antico, c’era semplicemente un solo e unico
yoga, con differenti possibilità e dimensioni. L’insieme di questi differenti
tipi di yoga portavano tutti alla trascendenza, compreso l’Hatha-yoga.
Oggi, l’Hatha-yoga in occidente non è che una serie di esercizi
che non fanno che promettere una buona salute. Ma nessun
yoga è migliore di un altro. Certo, in Oriente, la Tradizione è sempre viva
e permette a chi la incontra di avviare la loro pratica al loro proprio livello
di preparazione, di gunas, ecc… In Occidente, e in certi paesi, non si è avuto niente
altro che il Cristianesimo e non abbiamo quindi avuto nessuna scelta. Così
è impossibile offrire a ciascuno la soluzione che gli abbisogna, perché ogni
individuo è un mondo a sé. Invece in Oriente, esiste un ventaglio di possibilità
ben più ampio che corrisponde ai bisogni di ciascuno secondo i propri gunas
e qualità.
Anche il Vedanta può esse definito come uno yoga, lo yoga della Conoscenza.
Ma la parola Yoga si è degradata; questa specie di degradazione è inevitabile perché
siamo nell’età del Kali-yuga. Infatti, se noi diciamo
“facciamo del vedanta-yoga”,
direbbero: “allora, fate della ginnastica?
Quali sono le posizioni? Dov’è la palestra?”. (ridendo)
D: Tutti possono decidere di risvegliarsi,
o succede spontaneamente, senza preparazione?
R: Il risveglio naturalmente, non è
qualcosa che potete compiere semplicemente con la sola forza della volontà e
con lo sforzo. Avviene da solo. Ma dobbiamo essere
pronti nel momento in cui avviene. Anche nella vostra vita quotidiana, a scuola
per esempio, studiamo un considerevole numero di
materie, la maggior parte di loro non sono di nessuna utilità per la nostra
professione. Ma questa specie di esercizio prepara il
nostro spirito a qualcosa che assomiglia all’intuizione: esercita a un modo
migliore di scegliere le cose e così via. In questo, la preparazione che offrono i nostri studi è utile. Allora, per tornare alla
vostra domanda, la preparazione porta ad accogliere questa specie di avvenimento spontaneo. Non si può
forzare nulla, ogni violenza su di noi sarebbe totalmente inutile.
D: Quale consiglio dareste
a un ricercatore di Verità.
R: Questa domanda non è molto facile
(ridendo). Dare un consiglio a qualcuno è molto difficile. Beninteso, se la
persona, è veramente alla ricerca della Verità, la cosa può
essere considerata. Ecco perché parliamo di un certo grado di naturalità della persona, quando c’è un maggior controllo dei gunas ecc. A
questo stadio, certo, dei consigli potrebbero essere dati. Il problema sorge
quando la persona vive in uno stato di sofferenza e di dualità. Vuole risolvere
il suo problema, ma vuole restare in questo stato di dualità. In questa
situazione, non si può avere comprensione, perché tutto quello che la persona
vuole fare, è cambiare un avvenimento o una situazione a questo livello. Ma si tratta del livello dell’ego, della dualità. Così è
molto difficile consigliare qualcuno che è identificato a questo stato di
dualità. Inoltre da un punto di vista filosofico, non c’è niente al di là o al di fuori dell’Essere
e presto o tardi, non possiamo che
ritornarci. Un Advaitin
è pacificato, diciamo che ha trovato la pace. Avendo integrato lo stato
d’esistenza duale, non ha alcun motivo che lo spingerebbe a voler cambiare il
corso delle cose. Ecco perché non ricerca né discepoli né adepti. Certo,
l’Advaita è offerto a tutti, ma tutti non vogliono raggiungere questa
dimensione. Però presto o tardi, la raggiungeranno
perché ogni individuo al mondo è Quello. Possono prendersi per qualcos’altro ma
sono Quello. Siamo tutti alienati perché crediamo di essere ciò che non siamo.
Per terminare con una nota leggera: dopo Napoleone,
ci fu un certo numero di persone che nella loro alienazione, credevano di
essere lui. Erano convinte di essere Napoleone, erano pazzi. In questo caso, tutto ciò
che possiamo fare, è tentare di risvegliarli alla realtà che non sono Napoleone. La conoscenza tradizionale ci dice che noi
siamo tutti alienati; siamo identificati con i diversi vasi e ogni vaso è
diverso dal seguente. Un Advaitin si rende ben conto
di tutta la sofferenza del mondo, ma nello stesso tempo, vede il comico di
tutto questo (ridendo) perché ha coscienza che tutte queste persone hanno
dimenticato ciò che sono. Qualcuno potrebbe dire:
“soffro”; e la risposta potrebbe essere: “no, tu
non soffri”; “si, soffro!”. Un altro potrebbe dire:”
Sto per morire” e la risposta: “Ma tu non puoi morire, tu sei immortale”.
Se questa persona è convinta che sta per morire, che possiamo
farci? Tutto ciò che ci resta da fare è di aspettare
che prenda coscienza della sua immortalità, che gli è impossibile morire.
Quando lasceremo il nostro corpo fisico denso, la
maggioranza di noi andrà nella parte inferiore del Taijasa [1].
In termini occidentali, si tratta del piano
astrale. Alcuni spiriti materialisti, quando arrivano a questo piano, fanno
fatica a realizzare che non sono morti. Dei discepolo fanno il loro lavoro su questo piano per
provare a rieducarli e portarli a vedere che non sono morti. Loro ne sono
talmente convinti che dicono:” Come posso non essere
morto? Sono deceduto. Devo essere morto” Questa persona non si lascerà andare
all’evidenza che esista, che si esprime e che dunque
vive in quest’ altra dimensione. Potemmo dire che la
vita che facciamo, sul piano umano, è “una tragicomica a lieto
fine”.
D: Quali sono i principali ostacoli a
vivere la Verità? Come si superano?
R: Abbiamo già risposto a questa domanda
quando abbiamo spiegato che siamo identificati ai gunas. Mentre
fate la vostra passeggiata e tentate di ritrovare la vostra visione, dovete
verificare voi stessi. “Qual è l’ostacolo che mi trattiene dall’essere quello?
Che veicolo si inserisce tra me e questa Realtà? E’ lo
spirito oppure qualche contenuto psicologico che è in me? Potrebbe essere il
mondo delle sensazioni o delle emozioni? Potrebbe essere una idealizzazione,
un pensiero? Tutto questo può essere d’ostacolo, ma una volta
risolto – perché questi problemi si risolvono - quello emerge da solo.
In Oriente si da
un esempio molto pertinente: immaginate una stanza piena di oggetti così
numerosi che potete appena muovervi. L’identificazione ai diversi oggetti non
vi permette di vedere la stanza nella sua realtà. Oggi posso identificarmi con la tavola,
domani al sistema di riscaldamento, l’indomani a
un’altra cosa. Se prendo tutti questi oggetti e li getto
fuori, (per “gettarli fuori” intendo, certo, integrare, assimilare tutti questi
oggetti), mi ritrovo in una stanza vuota, e dunque nello spazio. Io sono questo
spazio, e questo significa che l’etere all’interno del vaso è della stanza
natura che l’etere al di fuori del vaso. Questi esempi o queste analogie
possono essere di una grande importanza per la comprensione della Realtà
soggiacente ai fenomeni.
D: Circa quattro anni fa, ho cominciato,
una sera, a ripetermi la frase “Io sono quello”. E
sono stato colpito dal fatto che “l’io” per il quale mi prendevo, non aveva
niente a che fare con Quello. Prima di questa presa di coscienza, credevo che “l’io”, cioè
tutti i concetti corrispondenti a ciò che credevo di essere, stava per diventare
Quello con la realizzazione. Ora, in questo istante,
ho visto che Quello non aveva niente a che fare con questi concetti. Vedere
questo fu molto importante per me.
R: Certo, sicuro, Quello non ha niente a
vedere con l’ego, l’io. “Io” è una non-realtà, ma è un errore che tutti fanno.
D: Se viviamo in uno stato di spontaneità
totale, continuiamo a controllare gli avvenimento
della nostra vita?
R: Dobbiamo parlare qui della spontaneità
dell’etere. In questo caso solamente,
potete mantenere un controllo; allora è l’etere che utilizza il vaso e non il
vaso che utilizza l’etere. L’etere è spontaneità, innocenza. E’ la lila, il gioco
divino, il gioco d’un bambino. Dobbiamo dunque
chiaramente fare la differenza tra la spontaneità che viene dalla reazione istintiva
e la spontaneità dell’etere che è totalmente differente. E’ molto importante
fare questa distinzione perché certe persone sono molto impulsive, emotive e
per questo spontanee, ma anche capaci di provocare grandi disastri. Dalla
posizione di Quello, ciò non può accadere. L’innocenza di cui parliamo è
tutt’altra cosa.
D: Potete descrivere la vostra
propria natura?
R: E’ esattamente la stessa della vostra.
Ciascuno di noi è questo etere che impregna tutto.
Non c’è differenza tra Raphael e gli altri. Potrebbe esserci giusto questa
differenza: una persona potrebbe essere identificata ad uno dei suoi veicoli
o ad una delle esperienze che ha fatto, mentre Raphael ha esaurito e chiuso
tutti i registri di esperienze. Si potrebbe dire
che Raphael è stato un po’ più intelligente in una incarnazione
passata. Ha realizzato di cosa si trattava in tutto questo e ha deciso di
non ricaderci più (risa). Questa è l’unica differenza.
Nota
Taijasa: lo stato luminoso, uno dei quattro stati di coscienza del Vedanta.
I tre altri sono: il sonno profondo, lo stato di
veglia e Turia,
il quarto.