Eric Baret:
(Da 3méMillenaire n.70) –
Traduzione Luciana Scalabrini
Dobbiamo constatare a qual punto stiamo sempre
chiedendo il consenso di chi ci circonda. Le persone attorno non mi sono
simpatiche se non supportano la mia sofferenza. Così è l’essere umano. Vuole
che si rispetti la sua sofferenza: “ Ho ben il diritto di soffrire! Il mio cane
è morto, sono malato, la mia donna mi ha lasciato, mio figlio è scomparso, mio
marito mi tradisce … Sono ben in diritto di essere
infelice!”
In quel momento, alla fine, non c’è niente
da dire; non c’è modo di mettere in dubbio.
Soffrire (parliamo qui della sofferenza psicologica,
il dolore fisiologico richiede un approccio più sensoriale e tecnico che non
affrontiamo qui) è una malattia curabile. “Rispettate il mio dolore”. Prima
o poi ci si accorge del meccanismo: la sofferenza è sempre una reazione.
Spesso si ha la
pretesa che la situazione potrebbe essere diversa da quella che è. Quando
viviamo con la realtà, cioè con ciò che appare nell’istante,
senza “la storia”
che le cose dovrebbero essere in altro modo per esserci “gradite”, la sofferenza
è impossibile. La bellezza prevale; non ci si può più battere per essere riconosciuti
come “moralmente sofferenti”, non c’è più “ se sapeste come soffro, mia moglie
mi tradisce”. Certi uccidono per “amore”: il pensiero di essere sposato a
qualunque essere umano, fa parte di queste fantasie borghesi, religiose delle
quali le nostre società, ubriache di certezze, si compiacciono tanto.
Cosa potrebbe veramente dire essere sposato? E’
veramente amore? Allora se il vostro congiunto è felice tra le braccia della
vicina, siate felice per lui. Quante distruzioni
fisiche e psicologiche crea la gelosia? Quando vi
rendete conto che il matrimonio, l’amore o ogni idea
di relazione non è che un concetto, cessate di imporre
la vostra legge a chi vi è accanto. Amate la libertà dell’altro come la vostra.
E’ tutto o niente. Ti amo. Questo vuol dire: “sono
nella mia natura profonda, senza attese,
non domando niente, soprattutto che tu mi ami". Se
domando che tu mi ami, è che io non ti amo, non
ti rispetto, perché l’amore è senza domanda.
Il mio ruolo è d’amare. Se
mi aspetto una qualche reciprocità, esco dalla mia natura che è pienezza. In
quel momento, niente mi può mai turbare, perché ciò che cerco così avidamente
nell’altro non è in realtà che la mia propria libertà.
E questa non è una cosa che si possa concedermi o
rifiutarmi. Tocca a me scoprirla nel mio cuore, donarmela. Là, più nessuno da
amare, più nessuno per pretendere di amare, l’amore
trionfa, l’amore è ciò che è, è l’essenza del mondo, e questo non dipende da
nessuna situazione.
Quando il richiamo alla via si fa sentire
chiaramente, tutto ciò che ci sembrava essere delle limitazioni, delle restrizioni
di cui ci si voleva liberare, diventa al contrario l’occasione d’approfondire
la comprensione di se stesso, cioè la visione dei
propri limiti. Si deve celebrare questa scoperta: vedo ancora
in me uno spazio non libero. Libero dal fantasma di voler
essere altro da ciò che appare nell’istante; non corro dal terapeuta o dal guru
alla moda, giro la testa e faccio fronte a questo limite: corpo e anima. In questa accoglienza, libero da attese, la mia costrizione
diventa la porta non concettuale verso la realtà. Quando
sono uno con ciò che appare, senza la storia che le cose potrebbero essere
diverse, la sofferenza non si può mantenere.
La sofferenza è sempre nel futuro. Ecco
l’arte della gioia. Tutto non è che specchio che
rivela la mia libertà. Fino a che vogliamo essere riconosciuti nella nostra
sofferenza, essere rispettato, non è possibile alcuna via d’uscita. La ricerca
della libertà non attiene che a colui che è pronto a
oltrepassare la sua storia, passata, presente e futura.
Ciò che si chiama “gli altri”, “l’ambiente”
non è che la creazione della nostra paura. Vogliamo
essere liberi o costantemente consolati, approvati, supportati dalle immagini:
la mia storia, il mio passato, mio marito, il mio amante, la mia casa, la mia
razza, il mio paese, ecc.
E’ così difficile vedere quanto “mio”,
“mia”, “miei” non sono che un furto, un colpo di mano come il clown del circo
che si appropria degli applausi destinati al
giocoliere. Non si può dire “possiedo,
questo mi appartiene, ecco mia moglie, il mio paese, e anche, prima o poi, il mio corpo, il mio pensiero”. Ma “celebro, onoro, perché non c’è che Lui, che appare in
tutte le forme e il solo stato dell’essere umano è di servitore”. Niente è mio
e io non appartengo a niente. Tale è la mia libertà. Questo non impedisce di adempiere alle proprie funzioni nella vita quotidiana. Per molte persone la vita familiare è più organica
dell’apparente solitudine. Dei figli possono
avere esigenze e voi non lasciate il gattino che dorme nel salone senza
mangiare. Se è necessario, andrete a partecipare
all’apparente distruzione del corpo, chiamato momentaneamente “nemico” secondo
gli interessi finanziari e malati delle nostre democrazie. Niente vi impedisce di accumulare una fortuna, se questo avviene
naturalmente, ma voi non avrete più bisogno di questo per sentirvi ricchi. I
vostri ruoli di padre, di sposo, di amante, di
soldato, d’uomo d’affari, di criminale o di brav’uomo si applicano al momento,
ma voi non vi cercherete più in loro. Seguite il corso della vita senza pretendere
una qualsiasi autonomia. Sostenete il vostro ruolo, con la riconoscenza di essere, qualsiasi siano le modalità.
La rivelazione divina non vi dice che non
dovete più sentire dolore, né che dovete essere nella misura in cui potete
pagare il vostro alloggio o avere la capacità di allevare i vostri figli.
Questa capacità vi è data o no all’istante; non scegliete di vivere in un paese
sazio o in un paese che soffre la fame. In una chiarezza senza storia, ciò che
appare non è altro che l’essenziale, qualsiasi siano
le espressioni. Vivete in funzione della vostra capacità reale e non di un
capitale ipotetico creato o sperato per bisogno di sicurezza affettiva.
Rinunciando ad ogni pretesa di una
competenza a vivere, la vita si fa carico di voi, totalmente. In un istante di
verità, gettiamo nella chiarezza della semplicità tutte le nostre pretese a un qualunque colore, a una qualità qualunque. Offerta del
conosciuto allo sconosciuto, dall’oggetto all’ultimo soggetto, tale è il
sacrificio nel fuoco dell’evidenza. Solo la nostra storia si consuma.
Fino alla visione che non era mai veramente esistita, se non nella nostra paura. Il serpente scompare; non c’è che una corda. Qui, più rispetto per la sofferenza. I forni crematori si aprono e furiose ceneri consumano il consumabile. Ecco il vero rispetto, non quello d’una fantasia, ma della stessa vita sotto tutti i suoi aspetti. Meno di questo non è che disgrazia. Fino a che non integro tutti gli aspetti delle emozioni, sono in una storia. Fino a che non sopporto questo o quello, presente, passato o futuro, non sopporto niente, perché proietto dappertutto queste paure, nego la divinità.
Questo non può che realizzarsi nell’istante.
Non ci si può liberare che qui e ora. Niente, fuga nel futuro “quando sarò
pronto”. E’ l’istante o mai, non ce ne saranno altri.
Diciamo un Si
senza limite, ultimo rispetto.